- ANDATE VIA! ANDATE VIA!!!!VIA;VIA; VIA DI QUA. Andate, andate via..ia..io…sto bene…bene…sto bene –
Giorgio si accasciò sul pavimento, sollevando nuvole di polvere, un pulviscolo denso che galleggiava da molto tempo nella stanza depositandosi a piacimento del vento che, quasi umanizzato, ne aveva ormai fatto uno dei suoi giochi preferiti.
Giorgio amava quel vento e restava per ore a osservare i piccoli turbini che si creavano nella stanza, soprattutto al tramonto, quando il sole filtrava di sbieco dai piccoli spazi, non ancora incrostati, delle finestre socchiuse.
Abitava in una stanza con angolo cottura di un palazzone di cemento di quindici piani.
Non gli era mai piaciuto, ma almeno stava a metà della collina, ed esposto come doveva essere.
Era pur vero che quando pioveva dalla sommità della collina disboscata arrivavano fiumi di fango ma Giorgio amava quell’acqua e quel fango. Usciva sotto la pioggia e lo raccoglieva, grondante, così come lo trovava, pieno di qualunque rifiuto organico e inorganico, e lo portava in casa per modellarlo in sculture divine. Che poi si seccavano e si sbriciolavano.
I rumori alla porta cessarono, quei vicini invadenti minacciavano di chiamare l’Ufficio di Igiene ma a lui non importava.
Nessuno gli avrebbe portato via i suoi pesci rossi che nuotavano, felici di vivere, nella vasca da bagno ormai ricoperta da un soffice strato di alghe putrescenti.
E le zanzare che svolazzavano a stormi su quell’acqua e le mosche che, dei tanti loro occhi, non ne avevano per altri se non per lui, in tutto il vicinato.
Nella vasca cominciavano anche a spuntare le prime foglie del fiore di loto; era andato appositamente a Mantova a estirparne le radici, rischiando grosso per via di un ragazzino lentigginoso in bicicletta che si era messo ad urlare come un ossesso.
Era rimasto nascosto nel canale della fogna per due giorni e due notti, accarezzando le radici della pianta, ma infine c’era riuscito, stava attecchendo nel letto di torba che aveva amorevolmente preparato.
Giorgio aveva iniziato qualche tempo prima un profondo percorso spirituale.
Due erano stati i motivi scatenanti : come prima cosa la sua donna lo aveva lasciato perché diceva che con lui sprecava energie e soldi, soprattutto quelli per saponette e deodoranti .
Iniziò per lui periodo di profonda depressione ed era convinto che tutti se ne accorgessero e rispettassero il suo dolore, soprattutto sull’autobus, dove gli si creava intorno un ampio cerchio vuoto ma denso di energia.
Il secondo elemento fu l’incontro con un cinese che puzzava d’aglio e sputava in terra, in particolare sulla sua scarpa.
Giorgio, tristissimo, non si incazzò e allora il cinese disse le parole magiche, quelle che gli avrebbero cambiato la vita:
- Tu amico essele uomo foltunato, tu conoscele plincipi di Yin e Yang, tu non incazzale con me, tu capile mia cultula, io sputale pel eliminale enelgie negative e sozzo dal mio colpo, io essele tuo maestlo di tutto, non di sesso pelò-
Furono serate e serate di lunghe conversazioni dove Giorgio capì le forze della natura, le teorie degli opposti, l’unione dell’anima, il meridiano che gli passava tra le gambe e l’estasi del fiore di loto. Il cinese era instancabile e, ad ogni assegno che Giorgio staccava per il centro di meditazione “ Ridi che rido anch’io”, sembrava moltiplicare le sue energie e restituirgliele eliminando dalla sua vita tutto il superfluo.
Giorgio iniziò a camminare verso la strada dell’essenza che finalmente non aveva bisogno di saponi e deodoranti perché inalare gli odori disgustosi era il mezzo per apprezzare i loro opposti, che un giorno sarebbero di certo arrivati, bastava crederci intensamente.
Il cinese lo aiutò molto anche nelle cose faticose; da solo Giorgio non ce l’avrebbe mai fatta ad eliminare i mobili del settecento veneziano che gli aveva lasciato la zia friulana, né le specchiere in foglia d’oro e tantomeno il fratino della nonna.
La strada era una, solo una: il Feng Shui, acqua e vento, arredamento minimale, cose indispensabili eco della natura.
Per questo il cinese aveva portato via l’armadio e lo aveva sostituito con un tronco secco di pino marittimo, un po’ bruciato dai piromani, ma pur sempre conifera.
Ed ora che aveva quasi raggiunto la perfezione i suoi vicini volevano obbligarlo a interrompere il flusso d’acqua che usciva ininterrotto dal rubinetto perché dicevano che gli crollava l’intonaco del soffitto, non poteva accettarlo.
I rumori tornarono, violenti, più violenti di prima.
La porta di casa cedette e vide due uomini in tuta togliersi il casco e guardarsi intorno tappandosi la bocca e il naso.
Fu portato via in un sacco di plastica mentre si dibatteva urlando – SUTRA, SUTRA,SUTRA-
Nessuno capisce chi sia il cinese che, una volta al mese, gli porta una mela marcia.
Testo di TartaMara