osservo la folla gremire il mio eremo

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Utente: GinoDiCostanzo
Nome: Gino Di Costanzo
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giovedì, 26 novembre 2009

BIOGRAFIA DI UN ARTISTA POSTUMO
 
 
Nacque su una barella prima di entrare in sala parto, raggiunta ormai a cose fatte, il 27 Gennaio del 1963. Fu così che Luigi (Gino) Di Costanzo, secondo di tre figli maschi, da quell’errore di tempistica dell’ostetrica, si rese conto di non essere nato in Svizzera ma in una clinica di Mergellina.
 
La cara mamma era ed è casalinga, il papà era operaio (poi quadro) dell’Italsider, nota acciaieria del gruppo IRI che dava da vivere a circa novemila famiglie, minando nel contempo la salute degli abitanti del quartiere di Bagnoli dove la famiglia Di Costanzo risiedeva, accanto alla suddetta puzzolente fabbrica.
 
All’età di quattro anni sviluppò un precoce anticlericalismo, allorquando la sua mammina ebbe la brillante idea di iscriverlo all’asilo dalle suore. Dalle cape di pezza apprese i primi rudimenti dell’arte della bestemmia, cosa nella quale le pie donnine erano molto versate.
Si innamorò per la prima volta, ma non riuscì a dirlo a lei, anche perché non ci capiva nulla.
 
Alle elementari si distinse per il notevole profitto negli studi, ma all’esame di quinta un suo compagnetto, da sempre surclassato, vantò voti migliori dei suoi: era il figlio di un maestro che insegnava nella stessa scuola. Conobbe così la raccomandazione.
Si innamorò un’altra volta, ma continuava a non capirci nulla.
 
Alle medie quel compagnetto capitò ancora in classe con lui, la carogna,  ma stavolta non ci fu storia. Il nostro divenne il primo della classe e la giustizia trionfò.
In quegli anni ebbe i primi proficui contatti con lo sport, il calcio, che praticava con piccoli delinquenti del quartiere dopo aver superato il trauma di sei mesi di nuoto in quinta elementare, interrotti da una provvidenziale otite purulenta corredata da esaurimento nervoso, quest’ultimo causato dai metodi nazistoidi del suo allenatore.
In breve divenne un ottimo difensore, prima stopper, poi terzino fluidificante, infine libero “all’olandese”.
 
Nella fenomenologia antropologica del “primo della classe”, Luigi “Ginetto” Di Costanzo rappresentò uno spartiacque: egli fu il primo dei primi della classe a non essere un secchione imbranato e deriso, ma un ricercato compagno di partite con scommessa (la squadra che perde paga il campo) e anche di qualche scazzottata, che però avrebbe volentieri evitato, essendo di indole mite.
Vinse con la mitica A.C. Bagnoli il campionato di quartiere, battendo in finale per tre a zero la altrettanto mitica Real, zeppa di mini calciatori che sarebbero poi diventati killer della camorra, tossici, rapinatori, sieropositivi, galeotti abusivi e idraulici avventizi.
Naturalmente superò l’esame di terza media col massimo dei voti, essendo bravo anche in disegno: suo padre era pittore dilettante e i misteri della genetica non li conosceva ancora nessuno.
Si innamorò un altro paio di volte, in terza media, ma con modesti risultati pratici, pur capendoci di più: quelle cagavano quelli più grandi, che ci capivano ancora meglio.
 
Scelse nel 1976 il liceo scientifico - il glorioso “Arturo Labriola” - lo stesso del fratello maggiore, dove se non eri più a sinistra del PCI rischiavi grosso. Partecipò sporadicamente alle prime assemblee studentesche dove decise di non parlare mai. Raramente frequentava manifestazioni di piazza e cortei vari, ma quando accadeva non si intruppava fra i militanti del suo liceo, vi partecipava da cane sciolto, pur non facendo la cacca sui marciapiedi.
Capitò in una classe piena zeppa di primi della classe, cosa alla quale si abituò subito, perché, in fondo, non gliene fregava niente di essere l’unico, e in condominio si mimetizzava meglio. Continuò a praticare tutti gli sport più diffusi tranne il “sottomuro”, arrivando ad allenarsi contemporaneamente nel karate, pallavolo, tennis e calcio.
All’età di 17 anni, era d’Agosto, un grave infortunio pregiudicò per sempre la sua carriera di calciatore mai cominciata, proprio alla vigilia di un provino settembrino con la squadra “primavera” del Napoli. Per la disperazione si diede alla lotta libera che praticò presso il circolo sportivo aziendale Italsider.
Vinse però un torneo di tennis in Sicilia, specialità del doppio, in una località balneare nei pressi di Taormina, sconosciuta ai più.
Si innamorò per ben quattro volte durante gli anni liceali, riportando una vittoria, un pareggio e due sconfitte, ma evitò la serie B.
Di lui si ricordano la prima vera trombata, all’età di 16 anni, con una ragazzona olandese coetanea, che negli anni successivi pare sarebbe ingrassata come una lanciatrice del peso bulgara.
 
Nell’1981 si iscrisse alla facoltà di architettura dove avrebbe sofferto per dieci lunghi anni per una vilipesa laurea, la cui pergamena ritirò dopo sedici anni dalla discussione della tesi. In quegli anni studiò molto, lavorò – perché la famiglia era umile ma onesta – e continuò ad allenarsi, ma anche ad allenare giovani virgulti di una squadra juniores di handball, che è meglio che dire pallamano, ché non suona bene e potrebbe essere male interpretato.
Lavorò inoltre come cameriere, uomo di fatica (scaricatore di mobilia), commesso, secondo-vice-aiuto-apprendista architetto e consimili.
Odiò con rara intensità i colleghi di università, i professori, i loro assistenti, gli addetti di segreteria e quelli dei dipartimenti, auspicando un olocausto di uomini e cose all’interno dell’edificio universitario.
Si laureò con lode (e che te lo dico affà?) nel 1992, prendendo a male parole un professore della commissione - che fortunatamente non udì - durante la seduta di laurea, ricevendo per questo una dolorosa gomitata nel fianco da una collega che conferiva accanto a lui – la tesi era di gruppo.
Nei primi anni universitari si convinse di aver compreso appieno le donne, per questo, in seguito, le evitò per anni.
 
Dopo la laurea e fino ai giorni nostri, una volta afferrato che gli architetti non se li filava quasi più nessuno, e che, seppur ingaggiati, poi dopo non venivano pagati, cominciò a sbarcare il lunario in tutti i modi, lavorando nell’ordine come: architetto progettista a Napoli, operaio elettricista alla Fincantieri di Ancona; cameriere, uomo di fatica, barman, wine-waiter, architetto “caddista” a Londra; architetto progettista, operaio giardiniere a Napoli; capocantiere a Ferrara; capocantiere a Napoli, infine direttore tecnico, sempre a Napoli, in una società di costruzioni, ruolo che riveste tutt’oggi.
 
Dipinge e scrive ma non ha mai tentato di pubblicare nulla, cosa di cui tutti gli editori italiani e stranieri ancora lo ringraziano. Si rimarca inoltre che i migliori pezzi della sua produzione pittorica risultano tutti venduti – incredibile! – mentre le tele invendute, delle croste immonde, sono ancora accatastate in casa del poeta, poiché nessuno è in grado di definire la categoria di rifiuto nella quale vadano smaltite.
Da un anno e mezzo circa cura la redazione di un blog individuale, dove culla il suo ego beandosi dei numerosi complimenti che riceve.
Nuota attivamente da quattro anni - anche a delfino, eh - causa infortunio all’anca che gli impedisce di correre.
Non è sposato e nemmeno ci ha mai provato, ma ama le donne e ne è a volte riamato, anche se, si sa, non è sempre natale. Risulta tutt’ora di nuovo sul mercato.
 
Mente razionale e scientifica, ma anche dotato di rara sensibilità, il Di Costanzo ha sempre coltivato la passione per le umane lettere, che tutt’ora maltratta con profitto.
 
 
 
Il sottoscritto Luigi Di Costanzo, nel pieno possesso delle sue opinabili facoltà mentali, autocertifica la veridicità della biografia in oggetto: diploma, laurea, attività lavorativa, attività sportiva e approcci amorosi corrispondono a totale verità; anzi, causa precoce Alzheimer, molte delle cose che hanno caratterizzato la sua singolare esistenza non sono state inserite fra le note essenziali.
Sarà per un'altra volta.
 
;-)))
 
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 26, 2009 21:26 | link | commenti (2)
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martedì, 24 novembre 2009

SULLA VITA DEI TEMPI MORTI
 
S’agita emozionata
la mia indifferenza
quando osservo la folla
gremire il mio eremo
È inerte il mio cammino
nel deserto rigoglioso
dove è intenso il desiderio
di ciò che non cercai
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 24, 2009 21:51 | link | commenti (15)
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sabato, 21 novembre 2009

CRONACHETTA DI UN SUICIDIO
ovvero
Sull’utilità della mancanza di una coscienza di classe
 
Sono passati circa sei mesi dal mio riuscito suicidio, adesso riesco a parlarne. Fu un’esperienza orrenda, di quelle che ti segnano per tutta la vita, cioè per tutti quei secondi in cui ti rendi conto che stai per morire. Ma non è il caso di divagare proprio adesso, procediamo con ordine.
La morte della mia bisnonna per overdose fu un duro colpo, mi gettò in un viscoso stato di prostrazione che per alcune settimane ridusse il mio interesse per la vita alla pura sopravvivenza biologica. Mi sentivo smembrato, lacerato dentro. Me ne tirai fuori grazie alla consistenza del mio carattere da guerriero in incognito, all’aiuto di alcune sostanze liofilizzate con cui la povera bisnonna esercitava le sue narici ed all’affetto del mio barboncino nero, Louisarmstrong, che due volte al giorno mi pisciava sui piedi col guinzaglio in bocca per catturare la mia attenzione, riuscendoci.
Ero quasi guarito da quel profondo stato depressivo quando, una mattina di Aprile simile ad altre mattine di Aprile, lessi sul giornale che la cantante Isa Banicchi si sarebbe candidata alle elezioni. A quella sciagura nemmeno il combattente sotto mentite spoglie che ero seppe opporre resistenza, e mi arresi: la faccio finita!
Il problema vero sorse in seguito, allorquando mi accinsi a progettare le modalità della mia morte volontaria: mi resi conto per la prima volta che il soldato che mi batteva in petto era un disertore vigliacco, e di fare il volontario proprio non ne voleva sapere.
Ci pensai su un paio di giorni, poi ebbi l’illuminazione: bisognava trovare qualcuno che avrebbe fatto il lavoro per me, ma chi?
Una sera, dopo un’altra delle pisciatine casalinghe di Louisarmstrong - che per me datavano il tempo come le olimpiadi per gli antichi greci – dopo essermi rosicchiato tutte le unghie e spolpato le falangi, trovai la risposta. Cullai quell’idea tutta la notte, considerando anche lo spreco che avrebbe comportato la morte prematura di un genio come me. Ma il pensiero della possibile elezione di Isa Banicchi sostenne e condusse la mia determinazione fino al compimento del giorno dopo, quando, terminato il periodo di ferie per malattia che mi ero preso, sarei tornato al lavoro.
Arrivai in cantiere di buon mattino, alle sette e trenta circa. Lavoravo per un’azienda che si occupava di edilizia residenziale: realizzavamo edifici inguardabili che avrebbero deturpato luoghi già offesi dalla natura. Radunai tutti gli operai, che accorsero mostrando la sollecitudine che avrebbero immancabilmente smarrito nel corso della giornata. Quando fui sicuro di avere la loro attenzione,  con la voce ferma di uno che non torna più indietro, dissi loro: “ Sono comunista”.
Erano in dieci, e trasalirono simultaneamente. Riavutisi dalla sorpresa cominciarono a scambiarsi vicendevolmente oblique occhiate d’intesa, mentre pian pianino riducevano la distanza che mi separava da loro, che li separava da me.
Dietro la mia impassibilità quasi me la ridevo per la facilità con cui stavo manipolando quei lavoratori, costringendoli a fare il mio lavoro sporco. Mi circondarono, i primi ad afferrarmi per le braccia furono i due manovali, dei qualunquisti convertiti al satanismo, ansiosi di sperimentare il loro primo sacrificio umano. Mentre questi mi tenevano fermo, uno dei tre muratori, devoto di Salvio Perusconi, mi colpì al mento, guarda caso, proprio con un pugno da muratore. Altri due dietro di lui, muratori pure loro, affezionati sostenitori di Lino Raudi, si contendevano  il diritto di raggiungere anch'essi l’agognata meta: la mia faccia. Ma il bello venne quando entrarono in campo i cinque carpentieri, tre di Forza Uova e due leghisti oriundi, dei veri operai insomma, che cominciarono a colpirmi anche da dietro, fin quasi a farmi perdere conoscenza. Una voce che non riconobbi, ad un certo punto disse: “ Non qui, portiamo ‘sto Gorbaciov nel magazzino!”
Mi sollevarono di peso, mi portarono nella baracca degli attrezzi e mi fecero a pezzi, sì, proprio “a brandelli”, mostrando grande versatilità ed eclettismo in quell’uso alternativo degli utensili.
Da morto fresco di giornata, come ero sei mesi fa, mi confortò il pensiero che non avrei mai più corso il pericolo di vedere o sentire il “deputato Banicchi”. Solo che, purtroppo, continuavo a sentirmi smembrato e lacerato, disseminato come sono in sei pilastri di calcestruzzo di questo edificio in costruzione, di cui farò parte per sempre.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 21, 2009 19:38 | link | commenti (7)
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giovedì, 19 novembre 2009

"C’è un solo caso di espressività -ma di espressivita aberrante- nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.
. La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte."

P. PASOLINI
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 19, 2009 20:25 | link | commenti (14)
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mercoledì, 18 novembre 2009

NON
 
Non disegnano spazio
le nostre forme non lo fanno.
I nostri corpi (singolari)
non avverano tempo
la tua essenza non libera profumo.
Il tuo respiro – impassibile -
non vedrà la mia primavera.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 18, 2009 23:16 | link | commenti (9)
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domenica, 15 novembre 2009

UNA TERRA

È ferita la terra
che erutta limoni
Nel cielo di Ulisse
luna di tufo bacia notti d'amore
e di morti ammazzati
Silenzio suona osceno
Mare senza fine
canta di re e di miserie
dove anime si perdono
nei santuari senza dio
Destini inevitabili solcano campi di zolfo
dove, indomabile, profuma basilico
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 15, 2009 22:20 | link | commenti (25)
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giovedì, 12 novembre 2009

Con versamenti di parole accomodate
muti duplicati di eco risapute
abito i discorsi del non dire
e le loro emorragie
ma io sono un clandestino.
Brunite cicatrici serrano bocche.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 12, 2009 21:00 | link | commenti (10)
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martedì, 10 novembre 2009

C’è un amore
che non dona baci
né carezze:
è l’amore della memoria
e dell’attenzione che la nutre.
C’è una morte
che non ferma il cuore
né il respiro:
è la morte del pensiero
e del coraggio di cui ha bisogno.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 10, 2009 16:50 | link | commenti (19)
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mercoledì, 04 novembre 2009

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano è l’ultima vittima
di Paolo Persichetti, Liberazione 31 ottobre 2009 

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale?
La domanda è d’obbligo dopo l’ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è “prassi ordinaria” dei corpi dello Stato. Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell’ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei). Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza.

foto1

Una delle foto di Stefano Cucchi che la famiglia ha voluto mostrare.

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Una squadretta dei Nocs imperversò per l’Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell’America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d’Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c’è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, ( Acab , Einaudi 2009) per farsene un’idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve. La sensazione d’impunità, la forza dell’omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l’importazione dei modelli di “tolleranza zero”, hanno portato alla costruzione di un nuovo “nemico interno” identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell’ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all’internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni. Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere: Marcello Lonzi , morto nel 2003 all’interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l’inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati. Federico Aldovrandi , pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante. Aldo Bianzino , deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell’ingresso nel penitenziario. Un’inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti. Stefano Brunetti , arrestato ad Anzio l’8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall’autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole». Mohammed , marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute». Francesco Mastrogiovanni , morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.

Il potere sui corpi è qualcosa di osceno 
«Il lavoro dell’investigatore, poliziotto o pubblico ministero, si colloca su una linea di confine»
Intervista a Carofiglio, senatore PD, magistrato. Di Paolo Persichetti, Liberazione 1/11 2009

«Il lavoro dell’investigatore, poliziotto o pubblico ministero, si colloca su una linea di confine. Da un lato ci sono delle regole, nonfoto6necessariamente giuridiche, che spesso, in modo consapevole o inconsapevole, vengono violate. Ma senza le regole non c’è nessuna differenza fra guardia e ladro, tutto si riduce a una pura questione di rapporti di forza». Si tratta di uno dei passi finali del Paradosso del poliziotto, dialogo tra un giovane scrittore e un vecchio poliziotto, scritto da Gianrico Carofiglio, oggi senatore del Pd, magistrato in aspettativa e per molti anni pubblico ministero, ma soprattutto autore riconosciuto. Per Sellerio ha pubblicato “I casi dell’avvocato Guerrieri”, “Testimone inconsapevole” e “L’Arte del dubbio”, che potremmo definire un vero manuale sulla tecnica dell’interrogatorio. Forse in questo momento è una delle persone più adatte per aiutarci a capire cosa è successo a Stefano Cucchi, e soprattutto perché. Chi meglio di lui può sapere quel che può accadere nelle pieghe delle indagini, nel chiuso di un posto di polizia durante i momenti che seguono il fermo di un indiziato? Nel Paradosso del poliziotto fa raccontare al vecchio sbirro una scena che marca l’inizio della sua carriera, il pestaggio di un giovane appena arrestato: «quando entrai il ragazzo stava gridando, o forse piangeva. Attorno c’erano sei o sette colleghi, un paio in divisa delle volanti e tutti gli altri della mobile. Quello era seduto, ammanettato dietro la schiena. Gli davano schiaffi e pugni a turno e gli gridavano in faccia e nelle orecchie».

A Stefano Cucchi è accaduta una cosa del genere?
Questo lo dovranno appurare i titolari dell’inchiesta. Piuttosto sono rimasto molto colpito dalle dichiarazioni fatte da un ufficiale dell’Arma, secondo cui l’unica cosa certa in questa storia è che i carabinieri quella notte si sono comportati correttamente. Un dato certo in realtà è che qualcuno ha prodotto quelle terribili lesioni sul corpo del ragazzo. Se quell’ufficiale garantisce che i carabinieri non hanno nulla di cui rimproverarsi, vuol dire che sa anche chi ha provocato quelle lesioni sul giovane. La conseguenza successiva è che lo deve dire, se vuole essere credibile e non dare l’idea di una difesa d’ufficio di comportamenti inaccettabili.

 

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Marcello Lonzi, ucciso nel 2003 nel carcere di Livorno

Nelle indagini uno dei maggiori momenti di criticità è la fase iniziale, quella dove le forze di polizia, in presenza di un fermo, possono agire d’impeto prima dell’intervento della magistratura.
E’ normale che un soggetto tratto in arresto possa essere informalmente interrogato per acquisire notizie utili all’immediato proseguimento dell’indagine. Queste dichiarazioni però non sono utilizzabili e nemmeno verbalizzabili. Un soggetto in stato di arresto non può essere formalmente interrogato dalla polizia giudiziaria.

Però nel suo libro il vecchio poliziotto non aspetta il magistrato. Dialoga col rapinatore, gli toglie le manette, gli offre una sigaretta e quello parla?
Nell’ultimo capitolo del mio prossimo romanzo, c’è un dialogo tra un avvocato e un poliziotto. Ad un certo punto i due parlano delle loro regole nella vita. Il poliziotto dice: «faccio lo sbirro. La prima regola per uno sbirro è non umiliare chi ha di fronte». Dice questo perché il potere sulle altre persone è qualcosa di osceno, perché è l’impossessamento di un corpo e l’unico modo per renderlo tollerabile è il rispetto. Evitare di passare da una funzione tecnica d’investigatore o giudice, a una funzione di giustiziere morale. Rispettare l’altro indipendentemente da chi è, da cosa ha fatto o si suppone abbia fatto. Si tratta della regola più importante ma anche di quella più facile da violare.

Il corpo di Stefano Cucchi non ha avuto questo rispetto. Negli ultimi tempi le cronache hanno registrato anomalie, o per utilizzare il linguaggio dei suoi personaggi, hanno umiliato gli indiziati. Basti pensare a una vicenda come quella della Caffarella, o alla morte di Stefano Brunetti nel 2008, deceduto in carcere per traumi subiti nella fase dell’arresto.
Io non parlerei di una recrudescenza. Il fenomeno è più strutturale e si colloca in quella zona grigia che caratterizza le prime fasi concitate delle indagini. In genere, in queste circostanze, c’è il rischio che si manifestino due tipi di violenza, entrambe illegittime, ovviamente. La prima legata alla fase operativa, quando intervengono modalità movimentate di un arresto o di un fermo. La seconda, molto più grave, è quella praticata negli uffici, a volte come inaccettabile punizione preventiva, a volte come altrettanto inaccettabile tecnica investigativa finalizzata ad acquisire prove. Si tratta di una dimensione difficilmente governabile che si colloca nella fase successiva all’arresto, all’apprensione fisica del soggetto interessato all’attività investigativa. Credo che l’unica soluzione – oltre alla repressione rigorosa degli episodi provati – sia lavorare sulla cultura dei dirigenti e degli operatori, mostrando una tolleranza zero verso forme ingiustificabili di puro sadismo. La capacità di parlare con le persone – indagati e testimoni – è in realtà molto più efficace e positiva nelle prospettiva di un’indagine dagli esiti attendibili.

Ci sono analisi sociologiche che descrivono una sorta di hooliganizzazione della polizia. «L’Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino». La frase è di un esponente delle forze di polizia, e si trova nel libro di Carlo Bonini, Acab. Qualcosa vorrà pur dire, se un agente si esprime in questo modo?
Non si può generalizzare l’atteggiamento di un balordo, o di qualcuno che agisce sotto stress. Non dobbiamo commettere l’errore di dire che la polizia, o i carabinieri, siano questo. Ed è altresì un errore confondere l’uso della violenza che a volte si verifica all’interno dell’attività investigativa con le modalità più o meno brutali di gestione dell’ordine pubblico. Si tratta di due fenomeni distinti. Il primo lo si ritrova, in misura minore o maggiore, nelle polizie di tutto il mondo ed è inversamente proporzionale al grado di civilizzazione e cultura del Paese e delle sue forze di polizia. Altra questione, più legata anche a sollecitazioni politiche, dirette o indirette, quella sull’uso eccessivo della forza in situazioni d’ordine pubblico. Certo si può sempre osservare che in una situazione di barbarie collettiva, di violenza verbale, di perdita di freni inibitori, è più facile che la violenza, in generale, si incrementi.

Può anticipare il contenuto dell’interpellanza parlamentare che depositerà la prossima settimana?
Tra le altre cose, ho chiesto chiarimenti sul fatto che l’autopsia sul corpo di Stefano Cucchi è stata disposta nell’ambito di un fascicolo che nel gergo si chiama modello 45, cioè il fascicolo in cui si inseriscono gli atti non costituenti notizia di reato. Quando l’autorità giudiziaria dispone un’autopsia, la premessa concettuale e giuridica è che ci sia un’ipotesi di reato, anche remota, benché in questo caso remota non lo fosse affatto. Si tratta di una strana anomalia che dovrà essere spiegata.

Di anomalie in questa storia ce ne sono tante. Sembra che Cucchi in caserma avesse indicato un proprio legale di fiducia, che però non risulta mai essere stato avvertito. Quando è comparso in tribunale è stato assistito, per così dire, da un legale d’ufficio.
Se la cosa dovesse trovare conferma sarebbe una circostanza di inaudita gravità e probabilmente un indicatore del fatto che si voleva evitare l’intervento del legale di fiducia e la sua funzione di controllo.

postato da: GinoDiCostanzo alle ore novembre 04, 2009 07:58 | link | commenti (19)
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giovedì, 29 ottobre 2009

Stimolato da un appello contro la pedofilia letto sul blog di TERESA (Erika2), ho deciso di pubblicare ancora una volta questo testo che scrissi un anno fa.
 
 
Noi sappiamo dei bambini braccati che succhiano violenza dai capezzoli d’asfalto di Rio de Janeiro, delle loro cornee alloggiate in occhi altrui, dei loro reni, polmoni e di tutti gli altri pezzi di ricambio venduti nei nostri mercati dell’usato garantito.
Noi sappiamo dei piccoli boskettari che svernano accucciati tra i cartoni, nel tepore delle fogne di Bucarest.
Noi sappiamo dei fanciulli di Baktapur, crocifissi ai telai per i nostri tappeti made in.
 
Il primo freddo autunnale disturba la città che si sveglia. Proteggo le mani nelle tasche dei pantaloni mentre i miei pensieri fendono l’umidità. Come ogni mattina sto andando a guadagnarmi la sopravvivenza. Non so se questo basta a fare di me un uomo.
 
Noi sappiamo dei piccini di Sialkot che trapuntano la loro prigionia su palloni che non calceranno mai.  
Noi sappiamo del feto strappato dal ventre squarciato di sua madre, pulcino mai nato nelle nebbie della Selva Lacandona, e sappiamo delle mosche che nutrono la loro prole nella pelle rinsecchita di alcuni lattanti sudanesi.  
Noi sappiamo delle gole, degli orifizi anali, delle vagine acerbe e di tutto quanto annega nel lubrico mare di sperma occidentale.
 
Il mio respiro si condensa in vapore biancastro, nuvole grigie e sprazzi d’azzurro convengono per una modica quantità di pioggia. Mi rinchiudo nell’impermeabile, procedo a piedi  verso la stazione. Ho freddo.
 
Noi sappiamo dei ragazzini che sperimentano quanto è debole il luccichio dell’oro e dei diamanti nel buio franoso delle miniere del Katanga.
Noi sappiamo dei giovani assassini di Città del Messico, annebbiati dai miasmi di un barattolo di colla, e sappiamo dei piccoli innocenti che aprono nuove vie tra le montagne d’immondizia di Dandora.
 
Il buco nero della metropolitana inghiotte schiere di condannati al lavoro, poi li agglutina nei vagoni. Una volta a bordo nessuno spazio vuoto separa i corpi, una gelatina che vibra e ondeggia, un blocco unico di materia viva ed inerte.
 
Noi sappiamo delle gambe e delle braccia dei pastorelli afgani e iracheni recise dalla chirurgica precisione di giocattoli a frammentazione che, occasionalmente, risparmia loro la vita.
Noi sappiamo di sbarbatelli palestinesi che si procurano pietre da lancio dai detriti delle loro case abbattute, e sappiamo anche delle attività ludiche dei soldatini congolesi, protagonisti imberbi di un tragico gioco di guerra.
Noi sappiamo dei rivoli di sangue che trascinano via la felicità mutilata delle bimbe somale, infibulate dalla cruenta, millenaria cultura dei maschi dominanti.
 
E’ una tacita, mutua sopportazione, ma nessuna complicità. Manca ancora un po’ alla mia fermata, adesso ho caldo. L’aria illude le narici, poi solidifica nei polmoni. Non respiro come vorrei.
 
Noi sappiamo del cancro e delle deformità dei frugoletti italiani che nasceranno nei pressi di fabbriche a norma, discariche legali, inceneritori conformi, centrali sicure.
Noi sappiamo della sofferenza degli ometti votati all’eccellenza dalle frustrazioni dei propri genitori.
Noi sappiamo della colpevole, cristiana carità che incoraggia miseri nomadi ad esibire dolci zingarelle sozze sui nostri marciapiedi del benessere.
Noi sappiamo del ricordo opprimente dei marmocchi rapiti e mai più ritrovati.
Lo sappiamo, sono il parto rinnegato della globalizzazione, sono i figli illegittimi della dittatura mondiale chiamata liberismo, sono la discendenza sacrificata sull’altare dell’unico capitalismo possibile, quello feroce, sono i cuccioli della razza umana, sono bambini. Sono solo bambini.
La pietà, la compassione, le lacrime, non valgono il vomito di una pulce. Dolersi non serve. Serve uno specchio in cui guardarsi…
 
Toglierei l’impermeabile se potessi, ma so che non servirebbe, sono stipato sottoterra. Le mie ossa, i miei muscoli, il mio sudore mi implorano, lo schifo mi convince: spezzando legami molecolari mi faccio strada con violenza, mi avvicino all’uscita. Io non proseguo, non con voi, io scendo alla prossima, io scendo adesso
 
postato da: GinoDiCostanzo alle ore ottobre 29, 2009 21:47 | link | commenti (15)
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