osservo la folla gremire il mio eremo

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Blogger: GinoDiCostanzo
Nome: Gino Di Costanzo
Troppo incerte, vaghe e acerbe\ le parole amiche mie\ per narrare del chiarore\ della mia notte polare.

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sabato, 04 ottobre 2008

 
Noi sappiamo dei bambini braccati che succhiano violenza dai capezzoli d’asfalto di Rio de Janeiro, delle loro cornee alloggiate in occhi altrui, dei loro reni, polmoni e di tutti gli altri pezzi di ricambio venduti nei nostri mercati dell’usato garantito.
Noi sappiamo dei piccoli boskettari che svernano accucciati tra i cartoni, nel tepore delle fogne di Bucarest.
Noi sappiamo dei fanciulli di Baktapur, crocifissi ai telai per i nostri tappeti made in.
 
Il primo freddo autunnale disturba la città che si sveglia. Proteggo le mani nelle tasche dei pantaloni mentre i miei pensieri fendono l’umidità. Come ogni mattina sto andando a guadagnarmi la sopravvivenza. Non so se questo basta a fare di me un uomo.
 
Noi sappiamo dei piccini di Sialkot che trapuntano la loro prigionia su palloni che non calceranno mai.  
Noi sappiamo del feto strappato dal ventre squarciato di sua madre, pulcino mai nato nelle nebbie della Selva Lacandona, e sappiamo delle mosche che nutrono la loro prole nella pelle rinsecchita di alcuni lattanti sudanesi.  
Noi sappiamo delle gole, degli orifizi anali, delle vagine acerbe e di tutto quanto annega nel lubrico mare di sperma occidentale.
 
Il mio respiro si condensa in vapore biancastro, nuvole grigie e sprazzi d’azzurro convengono per una modica quantità di pioggia. Mi rinchiudo nell’impermeabile, procedo a piedi  verso la stazione. Ho freddo.
 
Noi sappiamo dei ragazzini che sperimentano quanto è debole il luccichio dell’oro e dei diamanti nel buio franoso delle miniere del Katanga.
Noi sappiamo dei giovani assassini di Città del Messico, annebbiati dai miasmi di un barattolo di colla, e sappiamo dei piccoli innocenti che aprono nuove vie tra le montagne d’immondizia di Dandora.
 
Il buco nero della metropolitana inghiotte schiere di condannati al lavoro, poi li agglutina nei vagoni. Una volta a bordo nessuno spazio vuoto separa i corpi, una gelatina che vibra e ondeggia, un blocco unico di materia viva ed inerte.
 
Noi sappiamo delle gambe e delle braccia dei pastorelli afgani e iracheni recise dalla chirurgica precisione di giocattoli a frammentazione che, occasionalmente, risparmia loro la vita.
Noi sappiamo di sbarbatelli palestinesi che si procurano pietre da lancio dai detriti delle loro case abbattute, e sappiamo anche delle attività ludiche dei soldatini congolesi, protagonisti imberbi di un tragico gioco di guerra.
Noi sappiamo dei rivoli di sangue che trascinano via la felicità mutilata delle bimbe somale, infibulate dalla cruenta, millenaria cultura dei maschi dominanti.
 
E’ una tacita, mutua sopportazione, ma nessuna complicità. Manca ancora un po’ alla mia fermata, adesso ho caldo. L’aria illude le narici, poi solidifica nei polmoni. Non respiro come vorrei.
 
Noi sappiamo del cancro e delle deformità dei frugoletti italiani che nasceranno nei pressi di fabbriche a norma, discariche legali, inceneritori conformi, centrali sicure.
Noi sappiamo della sofferenza degli ometti votati all’eccellenza dalle frustrazioni dei propri genitori.
Noi sappiamo della colpevole, cristiana carità che incoraggia miseri nomadi ad esibire dolci zingarelle sozze sui nostri marciapiedi del benessere.
Noi sappiamo del ricordo opprimente dei marmocchi rapiti e mai più ritrovati.
Lo sappiamo, sono il parto rinnegato della globalizzazione, sono i figli illegittimi della dittatura mondiale chiamata liberismo, sono la discendenza sacrificata sull’altare dell’unico capitalismo possibile, quello feroce, sono i cuccioli della razza umana, sono bambini.
Sono solo bambini.
La pietà, la compassione, le lacrime, non valgono il vomito di una pulce. Dolersi non serve. Serve uno specchio in cui guardarsi…
 
Toglierei l’impermeabile se potessi, ma so che non servirebbe, sono stipato sottoterra. Le mie ossa, i miei muscoli, il mio sudore mi implorano, lo schifo mi convince: spezzando legami molecolari mi faccio strada con violenza, mi avvicino all’uscita. Io non proseguo, non con voi, io scendo alla prossima, io scendo adesso.
 
postato da: GinoDiCostanzo alle ore ottobre 04, 2008 01:36 | link | commenti (81)
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giovedì, 02 ottobre 2008

CONFESSIONE DI UN MOSTRO MANCATO
(scherzo)
 
…quelle gambe parcheggiarono la bici da corsa e una minigonna ne discese, adescandomi col chiaroscuro di un noto anfratto femminile. Fu così, signor maresciallo, che seguii quel perizoma nella libreria. Braccai bavosamente quella visione, accumulando inebetito ogni libro che gli occhi di lei sfioravano appena. Giunto alla cassa osservai il miraggio defilarsi a mani vuote verso l’uscita, mentre un “Prego?” proveniente dal banco m’informava che ero diventato un confuso ammasso di libri con due gambe sotto.
“Qua-quant’è?” fu l’aborto di giustificazione che sputacchiai, irrorando la commessa con un surplus di saliva inevasa, e dilapidando così il fondo mensile destinato agli alimentari – delitto per il quale sono stato denunciato dai miei figli affamati, come lei sa…
postato da: GinoDiCostanzo alle ore ottobre 02, 2008 22:46 | link | commenti (24)
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venerdì, 26 settembre 2008

Intangibile e sordo
evapora il ricordo.
Ciò che resta
è inconsapevole di sé.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 26, 2008 10:44 | link | commenti (87)
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domenica, 21 settembre 2008

SULLA VITA DEI TEMPI MORTI
 
S’agita emozionata
la mia indifferenza
quando osservo la folla
gremire il mio eremo
È immobile il cammino
nel deserto rigoglioso
dove è intenso il desiderio
di ciò che non cercai
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 21, 2008 11:30 | link | commenti (53)
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domenica, 14 settembre 2008

E ci dicono d’aver paura
di un vecchio con barba e bastone
che s’aggira per rocce scoscese
un arabo malandato
da cine-studio hollywoodiano
Ci dicono d’aver paura
e con quella c’imprigionano
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 14, 2008 23:56 | link | commenti (52)
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venerdì, 12 settembre 2008

C’è
 
C’è una vita nella vita
che chiama proprio noi
eppure non l’udiamo.
C’è una vita nella vita
che ci afferra per un braccio
ma noi non ci fermiamo.
C’è una vita nella vita
che c’irride e fa boccacce
alla nostra cecità.
C’è una vita nella vita
che anche quando l’inseguiamo
dietro l’angolo sparisce.
C’è una vita nella vita
che abilmente e con perfidia
qualcheduno ci sottrae.
C’è una vita nella vita
di cui sappiamo poco
e che mai riconosciamo.
Una vita così estranea
che se osservata bene
pare proprio sia la nostra.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 12, 2008 22:53 | link | commenti (30)
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domenica, 07 settembre 2008

RISTAGNO
 
Putridi frammenti
oleosi resti
di pasti poco esemplari
occhieggiano in superficie
fluttuano lenti, come cadaveri
nel torbido liquido.
Uno scarico intasato
fatalmente seppellito
nel cemento indurito
di un anonimo solaio
vomita melma e ferrigna lordura
disonora lavelli.
Candida schiuma rotea lenta
mentendo a se stessa
attende e teme
il torvo idraulico.

-          ANDATE VIA! ANDATE VIA!!!!VIA;VIA; VIA DI QUA. Andate, andate via..ia..io…sto bene…bene…sto bene  –
Giorgio si accasciò sul pavimento, sollevando nuvole di polvere, un pulviscolo denso che galleggiava da molto tempo nella stanza depositandosi a piacimento del vento che, quasi umanizzato, ne aveva ormai fatto uno dei suoi giochi preferiti.
Giorgio amava quel vento e restava per ore a osservare i piccoli turbini che si creavano nella stanza, soprattutto al tramonto, quando il sole filtrava di sbieco dai piccoli spazi, non ancora incrostati, delle finestre socchiuse.
Abitava in una stanza con angolo cottura di un palazzone di cemento di quindici piani.
Non gli era mai piaciuto, ma almeno stava a metà della collina, ed esposto come doveva essere.
Era pur vero che quando pioveva dalla sommità della collina disboscata arrivavano fiumi di fango ma Giorgio amava quell’acqua e quel fango. Usciva sotto la pioggia e lo raccoglieva, grondante, così come lo trovava, pieno di qualunque rifiuto organico e inorganico, e lo portava in casa per modellarlo in sculture divine. Che poi si seccavano e si sbriciolavano.
I rumori alla porta cessarono, quei vicini invadenti minacciavano di chiamare l’Ufficio di Igiene ma a lui non importava.
Nessuno gli avrebbe portato via i suoi pesci rossi che nuotavano, felici di vivere, nella vasca da bagno ormai ricoperta da un soffice strato di alghe putrescenti.
E le zanzare che svolazzavano a stormi su quell’acqua e le mosche che, dei tanti loro occhi, non ne avevano per altri se non per lui, in tutto il vicinato.
Nella vasca cominciavano anche a spuntare le prime foglie del fiore di loto; era andato appositamente a Mantova a estirparne le radici, rischiando grosso per via di un ragazzino lentigginoso in bicicletta che si era messo ad urlare come un ossesso.
Era rimasto nascosto nel canale della fogna per due giorni e due notti, accarezzando le radici della pianta, ma infine c’era riuscito, stava attecchendo nel letto di torba che aveva amorevolmente preparato.
Giorgio aveva iniziato qualche tempo prima un profondo percorso spirituale.
Due erano stati i motivi scatenanti : come prima cosa la sua donna lo aveva lasciato perché diceva che con lui sprecava energie e soldi, soprattutto quelli per saponette e deodoranti .
Iniziò per lui periodo di profonda depressione ed era convinto che tutti se ne accorgessero e rispettassero il suo dolore, soprattutto sull’autobus, dove gli si creava intorno un ampio cerchio vuoto ma denso di energia.
Il secondo elemento fu l’incontro con un cinese che puzzava d’aglio e sputava in terra, in particolare sulla sua scarpa.
Giorgio, tristissimo, non si incazzò e allora il cinese disse le parole magiche, quelle che gli avrebbero cambiato la vita:
- Tu amico essele uomo foltunato, tu conoscele plincipi di Yin e Yang, tu non incazzale con me, tu capile mia cultula, io sputale pel eliminale enelgie negative e sozzo dal mio colpo, io essele tuo maestlo di tutto, non di sesso pelò-
Furono serate e serate di lunghe conversazioni dove Giorgio capì le forze della natura, le teorie degli opposti, l’unione dell’anima, il meridiano che gli passava tra le gambe e l’estasi del fiore di loto. Il cinese era instancabile e, ad ogni assegno che Giorgio staccava per il centro di meditazione “ Ridi che rido anch’io”, sembrava moltiplicare le sue energie e restituirgliele eliminando dalla sua vita tutto il superfluo.
Giorgio iniziò a camminare verso la strada dell’essenza  che finalmente non aveva bisogno di saponi e deodoranti perché inalare gli odori disgustosi era il mezzo per apprezzare i loro opposti, che un giorno sarebbero di certo arrivati, bastava crederci intensamente.
Il cinese lo aiutò molto anche nelle cose faticose; da solo Giorgio non ce l’avrebbe mai fatta ad eliminare i mobili del settecento veneziano che gli aveva lasciato la zia friulana, né le specchiere in foglia d’oro e tantomeno il fratino della nonna.
La strada era una, solo una: il Feng Shui, acqua e vento, arredamento minimale, cose indispensabili eco della natura.
Per questo il cinese aveva portato via l’armadio e lo aveva sostituito con un tronco secco di pino marittimo, un po’ bruciato dai piromani, ma pur sempre conifera.
      Ed ora che aveva quasi raggiunto la perfezione i suoi vicini volevano obbligarlo a interrompere il flusso d’acqua che usciva ininterrotto dal rubinetto perché dicevano che gli crollava l’intonaco del soffitto, non poteva accettarlo.
I rumori tornarono, violenti, più violenti di prima.
La porta di casa cedette e vide due uomini in tuta togliersi il casco e guardarsi intorno tappandosi la bocca e il naso.
Fu portato via in un sacco di plastica mentre si dibatteva urlando – SUTRA, SUTRA,SUTRA-
Nessuno capisce chi sia il cinese che, una volta al mese, gli porta una mela marcia.
Testo di TartaMara
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 07, 2008 12:17 | link | commenti (48)
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giovedì, 04 settembre 2008

OTTONARI IN DELIRIO
  
Potrei dare grandi vele
ai miei sogni marinai
farvi udire l’attutito
palpitare dell’inerte
offrire la putrefazione
ammorbante del vivente...
 
...Se non tolgo le pastoie
dei miei dubbi traditori...
 
Colpirei con mille pietre
l’anticristo in Vaticano
schiaccereste con le pietre
la mia lingua biforcuta
 
s’imprigiona il criminale?
Lunga vita al criminale!
 
Troppo incerte, vaghe e acerbe
le parole amiche mie
per narrare del chiarore
della mia notte polare.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 04, 2008 22:27 | link | commenti (16)
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mercoledì, 03 settembre 2008

E mi preparerò ogni giorno a negare l’inutilità della parola.
postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 03, 2008 00:13 | link | commenti (18)
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martedì, 02 settembre 2008

GRAZIE A TUTTI COLORO CHE HANNO RESO IL MIO BLOG UNA COSA VIVA ANCHE IN MIA ASSENZA.

CON AFFETTO

Gino

postato da: GinoDiCostanzo alle ore settembre 02, 2008 01:25 | link | commenti (15)
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